Un’altra cosa da chiarire, anche se è imbarazzante doverlo fare, tanto dovrebbe essere ovvia, è che legale e giusto sono due cose diverse, essendo il primo un concetto giuridico e il secondo un concetto morale, e che le questioni di bioetica non sono propriamente scientifiche quanto piuttosto filosofiche. Se ciò che è legale fosse anche automaticamente giusto moralmente dovremmo concludere che era giusto impedire gli aborti, prima che fossero legalizzati, o che tornerà ad essere giusto qualora gli antiabortisti riuscissero a renderli nuovamente illegali (e dunque perché ostacolarli nella loro campagna?).
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domenica 30 maggio 2021
domenica 14 febbraio 2021
La 194 non elimina gli aborti clandestini
L’INCHIESTA DI REPUBBLICA PRENDE ATTO DI UN DATO: LA LEGGE 194 ’78 CHE HA PERMESSO L’UCCISIONE LEGALE DI QUASI SEI MILIONI DI BAMBINI IN 35 ANNI NON È SERVITA NEMMENO A CANCELLARE L’ABORTO CLANDESTINO NEL NOSTRO PAESE.
L’inchiesta di Repubblica sul numero effettivo degli aborti clandestini in Italia prende atto di un dato: la legge 194 del 1978 che ha legalizzato l’aborto e che ha permesso l’uccisione legale di quasi sei milioni di bambini in questi 35 anni non è servita nemmeno a cancellare l’aborto clandestino nel nostro Paese.
Repubblica rivela un dato che – a leggere le statistiche ministeriali – già emergeva con chiarezza: il Ministero si rifaceva ad una fumosa statistica che quantificava in 15.000 – 20.000 gli aborti clandestini delle donne italiane; tenuto conto dell’aumentato numero degli aborti legali effettuati dalle donne straniere e rilevando che i procedimenti penali per aborto clandestino riguardavano soprattutto cittadini stranieri, non è affatto difficile giungere alla cifra di 50.000 aborti clandestini l’anno che il quotidiano indica. Forse sono ancora di più.
sabato 13 febbraio 2021
Cosa vuol dire "terapeutico"?
Questo è un post difficile, non so cosa succederà dopo che lo avrò scritto.
Sono giorni che ci penso, vediamo come va.
Sto cominciando a pensare che la gravidanza, medicalizzata come è oggigiorno, sia molto più difficile ed impegnativa di un tempo.
Adesso si fanno esami su esami per verificare che il bambino sia sano.
Legittimo, direte voi: certissimo, rispondo io, se la visione con cui si fanno questi accertamenti è "salvifica", non "distruttiva".
Mi spiego meglio.
Un tempo la gravidanza era avvolta nel mistero. Non era una malattia ma una situazione transitoria, al termine della quale nasceva un bambino.
Il bambino era accolto e vedeva la luce tra le braccia dei genitori: certe volte , tra le loro braccia moriva anche. Il dolore era grande, immenso, ma la natura poteva permettere anche questo.
La morte avveniva con dignità e rispetto, in un clima di dolore ma di amore.
Il dolore perduto
L’aborto volontario è un tema spesso ignorato e misconosciuto dalla cultura medica e sociale, soprattutto se consideriamo l’impatto psicologico che questo evento ha sulla donna. L’articolo che segue valuta la letteratura presente sulla psicologia del lutto nel post- aborto, e offre spunti di riflessione sul lutto e sulla gestione dei principali sintomi luttuosi.
La radice etimologica della parola aborto è nel termine latino abortus, da ab-orior, letteralmente “venir meno nel nascere, non nascere, morire”; con questo termine, che è il contrario di orior, nascere, si intende dunque la fine del percorso vitale del bambino in utero.
Letteralmente aborto significa morto, perduto. La parola morto richiama inevitabilmente un altro termine, lutto, anch’esso derivante dal latino luctus (da lugere, piangere) ovvero pianto, afflizione profonda causata dalla perdita di una persona cara.
Morte – lutto descrivono una buona parte del vissuto esperienziale dell’aborto, quando cerchiamo di capire cosa accade nell’intimo di una madre, ( e alcune volte, ancora troppo poche, di un padre) quando si sceglie di interrompere una gravidanza, e dunque un processo di genitorialità.
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