Discutiamo la prima questione: tutti dobbiamo morire, e dal momento che il tempo trascorre con continuità non è possibile stabilire un termine al di sotto del quale la vita è priva di significato e può essere soppressa in anticipo. Qualcuno ritiene che non valga la pena lasciar vivere un essere umano che non supererà la settimana di vita, ma si crea un precedente pericoloso perché in futuro si potrebbe ritenere priva di valore una vita che non va al di là di 2 anni, e poi di 4, ecc.
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domenica 30 maggio 2021
Il sostegno alle donne contro la normalizzazione dell’aborto
Il danno più grande alle donne che devono affrontare certe sfide comunque lo fanno proprio i militanti pro-aborto. La vita è fatta, inevitabilmente, di prove dure, e la tragedia può sempre verificarsi (a te è capitata la gravidanza indesiderata, ad altri una malattia genetica, ad altri ancora la morte di un figlio, non viviamo in un paradiso terrestre e mai ci vivremo, non volerlo accettare non fa altro che moltiplicare le sofferenze).
L’argomento del violinista e la questione degli stupri
Il famoso argomento del violinista, inventato per tentare di giustificare l’aborto almeno nel caso di gravidanza conseguente ad uno stupro, è completamente fallace per vari motivi. Intanto, per quanto riguarda la gravosità della situazione, il parallelo è fasullo: la donna attaccata al violinista è praticamente sequestrata, mentre la donna incinta può uscire di casa e condurre una vita sufficientemente normale, per quasi l’intera gravidanza (che può ridursi in durata qualora sia ragionevole indurre un parto anticipato) addirittura con sforzi contenuti.
Non si tratta affatto di una questione religiosa
E a chi pretende di zittire gli anti-abortisti sostenendo che le opinioni religiose sono per forza di cose personali e non possono essere imposte agli altri, facciamo presente che esistono argomenti contro l’aborto che nulla hanno a che fare con la religione (i seguenti saranno tutti di questo tipo). La riduzione alla mera questione religiosa torna comoda all’abortista che vuole evitare di affrontare gli argomenti dell’interlocutore, ma finché l’avversario non scomoda argomenti basati sulla fede non è lecita. Anche se la maggioranza degli antiabortisti effettivamente è anche credente, del resto è ovvio che siano i credenti ad essere più stimolati a riconsiderare le attuali norme permissive nell’ambito, tra di loro sono presenti anche atei ed agnostici.Alla luce di tutto ciò, accusare gli antiabortisti di non avere argomenti razionali e “laici” è solo un furbo escamotage per squalificarli come interlocutori senza prendersi la briga di esaminare i loro argomenti.
I pro-life non sono nemici delle donne e non giudicano nessuno
Prima di entrare nel vivo della discussione è necessaria ancora una premessa. A chi dice che battagliare contro l’aborto è disumano perché ravviva il dolore nelle donne che hanno abortito, facciamo rapidamente alcune considerazioni:
domenica 14 febbraio 2021
La 194 non elimina gli aborti clandestini
L’INCHIESTA DI REPUBBLICA PRENDE ATTO DI UN DATO: LA LEGGE 194 ’78 CHE HA PERMESSO L’UCCISIONE LEGALE DI QUASI SEI MILIONI DI BAMBINI IN 35 ANNI NON È SERVITA NEMMENO A CANCELLARE L’ABORTO CLANDESTINO NEL NOSTRO PAESE.
L’inchiesta di Repubblica sul numero effettivo degli aborti clandestini in Italia prende atto di un dato: la legge 194 del 1978 che ha legalizzato l’aborto e che ha permesso l’uccisione legale di quasi sei milioni di bambini in questi 35 anni non è servita nemmeno a cancellare l’aborto clandestino nel nostro Paese.
Repubblica rivela un dato che – a leggere le statistiche ministeriali – già emergeva con chiarezza: il Ministero si rifaceva ad una fumosa statistica che quantificava in 15.000 – 20.000 gli aborti clandestini delle donne italiane; tenuto conto dell’aumentato numero degli aborti legali effettuati dalle donne straniere e rilevando che i procedimenti penali per aborto clandestino riguardavano soprattutto cittadini stranieri, non è affatto difficile giungere alla cifra di 50.000 aborti clandestini l’anno che il quotidiano indica. Forse sono ancora di più.
La Ella One: il parere del Comitato Verità e Vita
COMUNICATO STAMPA 224
Il provvedimento con cui L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha autorizzato la vendita della “pillola dei cinque giorni dopo” alle minorenni senza necessità di prescrizione medica si comprende appieno se si tiene conto di quanto previsto dalla legge 194 del 1978 che ha legalizzato l’aborto. Quella legge, che proclama il diritto alla procreazione cosciente e responsabile interpretandolo come libertà di aborto, presenta l’uso dei contraccettivi come l’unico strumento di prevenzione, tanto da prevedere che il medico che esegue l’aborto sia “tenuto a fornire alla donna le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite” e da promuovere corsi di aggiornamento del personale sanitario sui metodi anticoncezionali. La legge ha ben presenti i minorenni: prevede, infatti, che la somministrazione dei contraccettivi da parte delle strutture sanitarie e dei consultori sia “consentita anche ai minori”, ovviamente all’insaputa dei genitori. Del resto, in base a quella legge, le ragazze minorenni possono abortire all’insaputa dei genitori, a ciò supportate dal consultorio.
sabato 13 febbraio 2021
Cosa vuol dire "terapeutico"?
Questo è un post difficile, non so cosa succederà dopo che lo avrò scritto.
Sono giorni che ci penso, vediamo come va.
Sto cominciando a pensare che la gravidanza, medicalizzata come è oggigiorno, sia molto più difficile ed impegnativa di un tempo.
Adesso si fanno esami su esami per verificare che il bambino sia sano.
Legittimo, direte voi: certissimo, rispondo io, se la visione con cui si fanno questi accertamenti è "salvifica", non "distruttiva".
Mi spiego meglio.
Un tempo la gravidanza era avvolta nel mistero. Non era una malattia ma una situazione transitoria, al termine della quale nasceva un bambino.
Il bambino era accolto e vedeva la luce tra le braccia dei genitori: certe volte , tra le loro braccia moriva anche. Il dolore era grande, immenso, ma la natura poteva permettere anche questo.
La morte avveniva con dignità e rispetto, in un clima di dolore ma di amore.
Il dolore perduto
L’aborto volontario è un tema spesso ignorato e misconosciuto dalla cultura medica e sociale, soprattutto se consideriamo l’impatto psicologico che questo evento ha sulla donna. L’articolo che segue valuta la letteratura presente sulla psicologia del lutto nel post- aborto, e offre spunti di riflessione sul lutto e sulla gestione dei principali sintomi luttuosi.
La radice etimologica della parola aborto è nel termine latino abortus, da ab-orior, letteralmente “venir meno nel nascere, non nascere, morire”; con questo termine, che è il contrario di orior, nascere, si intende dunque la fine del percorso vitale del bambino in utero.
Letteralmente aborto significa morto, perduto. La parola morto richiama inevitabilmente un altro termine, lutto, anch’esso derivante dal latino luctus (da lugere, piangere) ovvero pianto, afflizione profonda causata dalla perdita di una persona cara.
Morte – lutto descrivono una buona parte del vissuto esperienziale dell’aborto, quando cerchiamo di capire cosa accade nell’intimo di una madre, ( e alcune volte, ancora troppo poche, di un padre) quando si sceglie di interrompere una gravidanza, e dunque un processo di genitorialità.
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